Nel progetto “Marazzi. Under the Skin”, la ceramica diventa materia narrativa, capace di raccontare l’identità degli spazi e di chi li abita. All’interno di Casa immaginata, villa immaginaria ideata dalla designer britannica Charlotte Taylor, i prodotti Marazzi prendono vita in ambienti sospesi tra realtà e visione, dove superfici, colori e texture contribuiscono a creare atmosfere intime e suggestive.
Nel volume, sette autori e studi creativi – tra cui studioutte – sono stati invitati a raccontare il proprio legame con un ambiente della casa, intrecciando memorie personali, riflessioni progettuali e suggestioni materiche.
Per studioutte, il living è il luogo dove tutto ha avuto inizio: uno spazio condiviso, prima domestico e poi professionale, che ha ospitato la nascita dello studio e continua a rappresentarne l’anima. Attraverso il racconto di due salotti milanesi – uno raccolto e nordico, l’altro essenziale e aperto – emerge una visione del living come ambiente fluido, in cui lavoro e vita si sovrappongono, e dove ogni oggetto, rivestimento e luce contribuisce a costruire un paesaggio abitativo personale e mutevole. La ceramica, in questo contesto, è pensata come una tela neutra e coerente, capace di accogliere e valorizzare la stratificazione di storie, funzioni e relazioni che abitano lo spazio.
“Non abbiamo mai vissuto insieme, però il nostro sodalizio è nato in un living, anzi due, situati per caso nella stessa via di Milano, vicino alla Stazione Centrale.
Dopo una breve esperienza lavorativa comune, abbiamo fondato il nostro studio, che per qualche tempo ha avuto sede nel salotto di Guglielmo. La sua è una casa con un aspetto un po’ nordico: il living è diaframmato da due finestre con una ringhiera molto bassa e decorata, da cui entra una luce netta, soprattutto al pomeriggio. L’idea era metterci dentro solo un divano e una lampada da terra. In realtà, come spesso ci succede, abbiamo cominciato ad accumulare. Ci sono libri dappertutto, dobbiamo spostarli per far sedere le persone. E una quantità infinita di piccoli oggetti: posate in osso, vecchi va- setti in legno, statuine orientali in terracotta, teste africane, uova in alabastro, una croce copta. Sono rimandi all’immaginario pittorico fiammingo, alle nature morte di Pieter Claesz, oggetti fortemente legati al nostro stile, dal momento che anche quelli che possono sembrare più decorativi sono in qualche modo muti, secchi, assertivi. Più avanti lo studio si è spostato nel living della casa di Patrizio.
Un open space al piano terra di una casa di ringhiera, con soffitti alti quattro metri. L’abbiamo concepito come un ambiente crudo, essenziale, riscaldato dagli arredi che disegniamo e da un grande tappeto in cocco. A terra c’è una resina bianca che crea un gioco di riflessi con il soffitto laccato lucido color avorio. Per noi, il rivestimento è la tela sulla quale poi vanno a stagliarsi i vari oggetti che popolano una casa, e per questa ragione deve essere neutrale, assoluto e coerente tra i vari ambienti, con l’eccezione magari di una stanza-rifugio, una scatola ricoperta di piastrelle.
Da qualche anno, il living di Patrizio è diventato un vero e proprio studio-galleria dove esponiamo i nostri lavori durante la Design Week di Milano. In quel caso cambia completamente aspetto non solo il contenuto, ma anche il contenitore: mettiamo moquette a terra, tessuti alle pareti, armature in alluminio… Si crea un contrasto forte tra lo spazio e il cortile di questa casa popolare del Novecento, con i bidoni della spazzatura e le signore che porta- no a spasso i cani. L’anno scorso, sono passate dal nostro living più di mille persone.
Il salotto tradizionale italiano era un luogo istituzionale, di rappresentanza, che restava sospeso per la maggior parte del tempo e veniva aperto nelle occasioni speciali. Oggi, anche per ragioni di metratura, l’appartamento medio-borghese tende alla fluidificazione totale degli spazi e alla liquefazione dell’ospitalità, che diventa informale ed effimera. È l’idea di casa-showroom, con l’isola della cucina che diventa tavolo, il tavolo che affaccia sul divano, il divano che guarda la tv e tutto quel che ne deriva. Cucina, dining e living si ibridano in un unico ambiente in cui trascorrere la maggior parte del tempo, sia in solitudine che in compagnia. Noi invece siamo affezionati alla purezza della stanza, che è un concetto classico italiano. Abbiamo un’idea molto netta della casa intesa come nido, in cui la disposizione compatta degli ambienti e degli arredi crea delle bolle che trasmettono un senso di rifugio e protezione.
Quando ci viene chiesto di progettare un living, raramente ci troviamo d’accordo con i nostri clienti riguardo alla scelta del divano. Per quanto ci riguarda, ci andrebbe benissimo un lungo materasso a terra, ricoperto da un buon tessuto. È un’idea di salotto orizzontale, dalle proporzioni stirate e distese, d’ispirazione afghana, in cui un divano lineare ed eccessivo è circondato da una costellazione di tavolini e piccole sedute. C’è un’immagine fortissima del living di Cy Twombly, a Roma, con tutte le sedie Breuer chiare messe in serie e un tavolo che sfiora il pavimento. Per enfatizzare l’orizzontalità del living sono molto impor- tanti anche i punti luce, che devono essere sintetici e decorativi, poggiati a terra o su arredi bassi.
La percezione nei confronti dei nostri living cambia quando cala la sera, le luci si fanno soffuse, gli oggetti di lavoro vengono rimossi e i collaboratori rientrano nelle loro case. Leggiamo un libro, guardiamo il cellulare, e ci riappropriamo in un certo senso del nostro spazio, anche se non si tratta mai di un processo compiuto, perché il confine tra lavoro e vita privata, nel nostro caso, è labile. Quando ci capita di ricevere persone a casa nostra siamo sempre stupiti dal fatto che, dopo cena, si spostino dal tavolo al divano. È una traccia culturale, analogica, un retaggio del passato. O forse, più semplicemente, le nostre sedie sono scomode.” – studioutte
Floor: Slow Pomice and Vero Quercia
Table: Terramater Cotto
studioutte
studioutte è uno studio di architettura e d’interni fondato da Guglielmo Giagnotti e Patrizio Gola nel 2021, a Milano. La ricerca dello studio si concentra sui temi dell’archetipo, del soft minimal e del linguaggio vernacolare.