Joan Fontcuberta, l’arte pubblica e la ceramica

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Joan Fontcuberta
La produzione delle ceramiche che compongono l’opera – ognuna delle trenta lastre è un pezzo unico che crea la grande immagine –, è stata realizzata in collaborazione con Marazzi che ha ospitato Fontcuberta durante le fasi di produzione e stampa digitale. La progettazione e l’installazione sulla facciata ventilata dell’opera è stata affidata dal Comune di

La produzione delle ceramiche che compongono l’opera – ognuna delle trenta lastre è un pezzo unico che crea la grande immagine –, è stata realizzata in collaborazione con Marazzi che ha ospitato Fontcuberta durante le fasi di produzione e stampa digitale. La progettazione e l’installazione sulla facciata ventilata dell’opera è stata affidata dal Comune di Reggio Emilia, che ha curato l’intero progetto di riqualificazione dell’area, a Marazzi Engineering, divisione specializzata dell’azienda.

L’opera nasce anche dal dialogo con le collezioni custodite nei Musei di Reggio Emilia, uno scrigno di saperi, studi, scoperte e sperimentazioni, espressione e frutto di curiosità e di una naturale propensione alla meraviglia. “Curiosa Meravigliosa” è un “documento-monumento”, come la definisce l’artista, un’opera collettiva che riflette sul significato della fotografia in un territorio da anni impegnato, grazie alla lezione di Luigi Ghirri e al festival Fotografia Europea, ad interrogarsi costantemente sull’utilizzo di questo medium e sulle sue mille declinazioni.

Il pavone è realizzato in alta definizione digitale su grandi lastre sottili, pezzi unici, in gres porcellanato che compongono una immagine di 16 x 6 metri. Il processo di produzione ha visto al lavoro il laboratorio e la fabbrica Marazzi, che per l’occasione hanno ospitato Joan Fontcuberta durante le fasi preparatorie e di stampa. La realizzazione della parete ventilata che accoglie l’opera è stata inoltre eseguita “chiavi in mano” da Marazzi Engineering.

Del processo creativo e realizzativo di “Curiosa Meravigliosa” abbiamo parlato con l’artista spagnolo che ci ha anche raccontato del suo sempre più forte interesse per la stampa su ceramica.

Nell’opera “Curiosa Meravigliosa” le 12.000 fotografie raccolte sono ricombinate in un’unica grande immagine, il pavone conservato nella collezione Vallisneri. Perché proprio quest’opera? Quale significato assume?

JF: Il pavone è presente in molte mitologie ed è una figura ricca di significati simbolici. È associato alla saggezza, curiosità e bellezza, valori intrinseci per un museo che affianca le scienze naturali all’arte. Per gli antichi greci il pavone era l’uccello sacro di Era, moglie di Zeus. La dea reclutò Argo per tenere d’occhio il marito fedifrago, ma il Dio dell’Olimpo lo uccise. Come vuole la mitologia, Era posò quindi, in segno di tributo, i cento occhi di Argo sulla coda del suo volatile preferito. In questo progetto artistico-fotografico la presenza di quegli occhi mette in evidenza il ruolo della visione come fonte di esperienza.

“Curiosa Meravigliosa” è un’installazione che mette in dialogo tutti gli elementi coinvolti (la piazza, le parete verde e la parete in ceramica). Ha un profondo significato sociale e urbano. Quanto la scala dell’opera ne modifica il senso?

JF: Questo lavoro gioca con la scala e la prospettiva. Si tratta di un mosaico formato da migliaia di foto inviate dai cittadini reggiani. Queste foto sono di dimensioni ridotte come quelle che custodiamo negli album di famiglia. Sono immagini che di solito si guardano individualmente, c’è un rapporto intimo tra chi guarda e il contenuto della foto. Il formato del murale consente invece un’osservazione collettiva; avviene un passaggio di senso dalla dimensione privata a quella pubblica. Il progetto è infatti un pretesto per condividere esperienze materializzate nelle immagini e costruire così un senso di comunità, di appartenenza a un tempo e a un luogo.
Mi piace considerare questo tipo di lavoro come un “documento-monumento”. “Documento” perché è una sorta di radiografia di una società e di una cultura; “Monumento” perché testimonia del trascorrere del tempo. Nel giro di poche generazioni la “Curiosa Meravigliosa” sarà percepita come una capsula collettiva della memoria.

È la sua prima esperienza di stampa digitale su ceramica? Cosa l’ha sorpresa e interessata di questa produzione?

JF: Non è la prima volta ma la seconda; ho già realizzato un murale foto-mosaico per la facciata del Municipio di Gibellina, in Sicilia. In quell’occasione scelsi tre occhi degli abitanti della cittadina siciliana: quello di un bambino, di una giovane madre e di una persona anziana. Quei tre sguardi di epoche diverse ci accolgono e ci proiettano nel futuro. A Reggio Emilia la novità è quella di aver proposto un’opera verticale, coerente all’architettura dei Musei Civici.
È stata una sfida tecnica che ha richiesto la partecipazione di architetti, ingegneri e specialisti;abbiamo fatto un gran lavoro e una fatica particolare dovuta al periodo di emergenza sanitaria, ma sono molto soddisfatto del risultato.
Aver visitato lo stabilimento di Marazzi, durante la produzione e la stampa delle lastre in gres porcellanato, mi ha dato spunti per progetti futuri, più ambiziosi.

Da profondo conoscitore della cultura dell’immagine e dei suoi significati, qual’è il suo rapporto con la materia, la tattilità?

JF: Siamo immersi in una fase che chiamo post-fotografica, caratterizzata da abbondanza e disponibilità assoluta di immagini, che dobbiamo sforzarci di gestire in modo critico. Queste immagini, come il resto degli elementi nel nostro ambiente, tendono a smaterializzarsi. Alcuni filosofi come Byung-Chul parlano della proliferazione delle non-cose. Vita digitale, algoritmi e metaversi ci predispongono a un mondo disincarnato, senza sostanza, senza tangibilità, senza solidità o peso. Di fronte a questo orizzonte è necessario proporre una strategia di resistenza che rivaluta le qualità insite nella materia. Nella fotografia, ad esempio, molte delle sue funzioni si basano sulla sua condizione di oggetto-immagine, legato alla tipologia di supporto della stessa immagine. Ecco perché il ritorno al procedimento della fotoceramica, tecnica ottocentesca, seppur implementata dalla tecnologia attuale, ha un valore per me esemplare.