GHIRRI 19

Luigi Ghirri. The Marazzi Years 1975 – 1985

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A partire dal 1975 e per un arco di tempo che copre una decina di anni, Luigi Ghirri è invitato da Marazzi a realizzare una serie di scatti con l’obiettivo di interpretarne liberamente le collezioni e i materiali.

Nello stesso periodo – siamo agli inizi degli anni Ottanta – Filippo Marazzi inaugura il Crogiolo, spazio di ricerca e sperimentazione dedicato ad architetti, designer ed artisti provenienti da tutto il mondo. È in questo momento che nascono i “Portfolio Marazzi”, in cui i primi fotografi invitati – Luigi Ghirri, Cuchi White e Charles Traub – inseriscono la ceramica nei rispettivi ambiti di ricerca realizzando una serie di scatti dal grande fascino. Luigi Ghirri introduce così il suo lavoro nel testo che accompagna il portfolio: “La ceramica ha una storia che si perde nella notte dei tempi. È sempre stata un ‘oggetto’ su cui si vengono a posare altri oggetti: i mobili, i gesti, le immagini, le ombre delle persone che abitano quegli spazi. Realizzando queste immagini, ho ripensato a tutto questo e ho cercato di ricostruire, con l’aiuto di superfici di diversi colori, nella sovrapposizione degli oggetti e delle immagini, uno spazio che, invece di essere lo spazio fisico e misurabile di una stanza, fosse l’idea dello spazio mentale di un momento…”.

Gli scatti esposti a Palazzo Ducale di Sassuolo, per la prima volta riuniti in un’unica mostra, raccontano di questa lunga collaborazione in cui Luigi Ghirri utilizza la ceramica per approfondire i temi a lui cari in quegli anni, in particolare quelli legati alla riflessione sulla funzione stessa della fotografia. Uno dei primi e forse più evidenti punti di contatto si può osservare nella trasformazione della ceramica in “griglia”, un grande foglio quadrettato che gli consente di riflettere e interrogare i temi della rappresentazione attraverso miniaturizzazioni, cambi di scala, ombre, presenze di oggetti inaspettati e rovesciamenti del punto di vista. In una delle lezioni per l’Università del Progetto di Reggio Emilia, affrontando il tema della trasparenza, Ghirri ricorda ai suoi studenti: “La trasparenza della fotografia prima di tutto cos’è? È il vetro smerigliato con le quadrettature sul quale si guarda […]. Il vetro smerigliato della macchina fotografica diventa identico, per certi versi, alla quadrettatura di una lavagna per imparare a scrivere o a disegnare”. La fotografia per Ghirri è continua occasione per interrogare il mondo e questo avviene tramite alcuni elementi ricorrenti che fungono da attivatori della nostra esperienza visiva e che si ritrovano principalmente nel gioco, nell’infanzia e nella memoria. Ecco quindi apparire l’ombra di una mano che regge un arcobaleno di carta in uno scatto che si muove fra due diverse dimensioni spaziali e temporali; oltre ai richiami diretti all’infanzia e all’apprendimento con la presenza del pallottoliere, delle matite colorate e della palla, mentre una bambolina di carta delicatamente appoggiata sulla ceramica è proiettata all’interno di un paesaggio vero.

La visione attraverso la griglia a sua volta rimanda ai dispositivi di proiezione, di disegno e di rappresentazione – dalla camera oscura alla macchina fotografica – che sono alla base della nostra percezione del mondo e dello spazio. Con coerenza Ghirri inserisce il materiale ceramico in una serie di immagini che fanno riferimento ai sistemi di proporzione e organizzazione dello spazio, approfondendo il tema della percezione collettiva e condivisa. Ecco quindi un gruppo di scatti che rimandano alle architetture delle città ideali del Quattrocento in cui Ghirri interroga la relazione fra quei sistemi di visione e il modo in cui l’uomo ha plasmato lo spazio e il territorio, evidenziando il legame particolare tra la rappresentazione del paesaggio e il paesaggio stesso, tema da sempre centrale nella sua ricerca.

Dalla costruzione dello spazio si passa, in un altro gruppo di immagini dominate dal bianco, alla riflessione sull’illusorietà dello stesso. La ceramica avvolge pareti e pavimento in una sequenza di scatti dove il luogo ritratto assume una valenza enigmatica e misteriosa: un insieme di riflessi, di specchi, di combinazioni e di intrecci lo trasforma in una sorta di labirinto. Per Ghirri nessuna immagine è diretta, immediata, ma nasconde quasi sempre un sistema di figure, quelle specchiate, quelle celate o esaltate dalle ombre, quelle che nascono dallo spostamento di un dettaglio in un altro contesto: come nei due scatti della natura morta in cui l’uno diventa il doppio – equivoco e ambiguo – dell’altro. Qualcosa di simile accade nell’immagine con lo specchio che riflette una parte di paesaggio mancante, a cui sembra far quasi da contrappunto un altro scatto dove una rosa – questa volta vera – emerge da uno sfondo artificiale di ceramica.

Nei dieci anni di collaborazione con Marazzi, Ghirri ha quindi modo di approfondire molte delle ricerche relative alla percezione e alla rappresentazione che, grazie anche alla presenza di un ricco apparato teorico, lo faranno diventare nel giro di qualche anno uno dei più influenti fotografi contemporanei. Per Marazzi realizza un corpus di opere coerenti dove è costantemente presente il suo sguardo ironico e delicato per “rivelarci qualcosa che appartiene all’ordine del magico, del meraviglioso, uno stupore deliziosamente borgesiano, in cui un vago sentimento di improbabilità s’impossessa di tutto ciò che vediamo e un leggero dubbio s’insinua a proposito di ciò che è vero e di ciò che è falso” (Georges Perec, L’oeil ébloui, 1981).